martedì 6 maggio 2008

INLAND EMPIRE




di David Lynch, con Laura Dern, Jeremy Irons, Harry Dean Stanton, Justin Theroux






Per chi non lo conoscesse, posso dire due parole su David Lynch: un genio. Un genio che è stato in grado di far diventare ogni suo film un cult, quale altro regista ci è riuscito? Qualche titolo: Dune, assoluto capolavoro della fantascienza; The Elephant Man, tra i più bei film di sempre; Velluto Blu, il film che ha riportato il cinema americano ad una qualità fino ad allora solo auspicabile; Eraserhead, suo prima opera completa, praticamente uno dei più grandi cult di sempre. Questi sono solo alcuni titoli, se non vi bastano posso aggiungere che Lynch è il geniale autore/creatore di una serie tv come Twin Peaks. Non so se mi spiego.

Il suo cinema si contraddistingue per la continua perdita della realtà (o realtà completamente rinnovata come in Dune o Eraserhead), per il piglio psicologico dei suoi personaggi (dei veri e propri eroi metropolitani), per il continuo bombardemento allo spettatore di visioni oniriche, sogni, distorsioni, mostri, incarnazioni del bene e del male, meandri oscuri dove chi guarda è costretto a lasciarsi trasportare dalla bellezza delle immagini, dal susseguirsi di scene apparentemente inspiegabili. L'inspiegabile è proprio la chiave di tutti i suoi film.

Lynch è regista assai contestato per la poca chiarezza dei suoi film. Anche nelle sue rare apparizioni in pubblico non fa che ripetere che non bisogna darsi una spiegazione dei suoi film. Bisogna solo viverli. Lynch cerca di dar vita ai diversi moti dell'essere, all'essenza delle cose, mette per immagini le paure a tutti comuni e crea intorno ad esse involucri angoscianti di sequenze senza significato, lunghi silenzi con la sola inquadratura degli occhi del protagonista (Kyle MacLachlan in Velluto Blu ne è un grande esempio) e distrugge il concetto di piano dimensionale, creandone di volta in volta di nuovi, massacrando la trama, riducendo all'osso la stessa idea di narrazione.

Dopo aver esplorato (sempre a modo suo) i sentieri della storia d'amore con un particolarissimo road movie come Cuori Selvaggi (1990) (il miglior film di Nicolas Cage, senza dubbio); dato al mondo un capolavoro immane come Strade Perdute (1997) e regalato un racconto semplice e commovente come Una Storia Vera (1999), da vita nel 2001 ad un'opera che lo consacra definitivamente tra i mostri sacri del cinema: Mulholland Drive. Famoso per le scene erotiche lesbo tra le protagoniste (Naomi Watts ed un'eccitantissima Laura Elena Harring), sbalordì il pubblico per la narrazione assai controversa di un thriller metafisico di impareggiabile levatura.

Non soddisfatto dei capolavori fino ad allora partoriti, da vita ad un altro ambizioso progetto: INLAND EMPIRE (scritto rigorosamente maiuscolo su tutte le pubblicità), l'impero della mente. Lynch ci mette tre anni a girare questo film (in realtà pochi mesi di riprese) e lo nomina direttamente come la sua più grande sperimentazione. E' un film immenso, senza dubbio, impossibile da raccontare ma assolutamente necessario per chi ama questo regista.

Lynch gira per la prima volta in digitale. L'incontro tra il digitale e Lynch lascia esterefatti: ci si aspeterebbe una qualità d'immagini superba e invece ecco lì che ci troviamo tre ore di film girati come se a tenere la macchina fosse il babbo nell'uscita domenicale: il tratto è nervoso, ricco di movimenti, con zoom repentini e cambi di sequenza altrettanto veloci. Lynch usa il digitale per giocare con questi effetti, rimanendo a lungo sui primi piani dei personaggi e usando la fedeltà del nuovo formato per raccontare la sua storia esattamente come l'ha concepita: secondo per secondo. Può lasciare stupiti, ma INLAND EMPIRE è stato girato interamente senza sceneggiatura. Lynch sostenne che l'intera opera era già stata girata nella sua testa, pertanto bastava che gli attori seguissero esattamente ciò che lui, con dovizia di particolari, suggeriva.

Il risultato è l'odissea personale di Nikki (una magistrale Laura Dern), che ricevuta la parte per un oscuro remake di un film, comincia la sua vita di nevrosi e ricerca dell'amore. Si potrebbe definire INLAND EMPIRE come una storia d'amore, per certi versi, e un fitto dramma psicologico per altri. Se l'inizio sembra linere (ma mai troppo: comincia con una puttana polacca che guarda una sitcom fatta da conigli!), mano a mano il tessuto narrativo perde il suo stesso significato: Laura Dern impersona allora tutte le sfaccettature di Nikki: come attrice, come puttana, come assissina e, infine, come se stessa. Il film è una visione onirica di una donna in pericolo (come l'ha definita lo stesso Lynch) che cerca di salvarsi da se stessa, dai suoi demoni, da suo marito, da tutti ciò che il regista, con bravura sopraffina, ci mostra durante il film. Difficile dire altro sulla trama perchè di fatto, la trama, non c'è. Le immagini si susseguono una dietro l'altra, senza apparente logica (ma la logica c'è, c'è...), con scene autoconclusive che distraggono lo spettatore dalla storia originale (la Nikki attrice) portandolo in un labirinto senza uscita, buio, fatto dagli incubi che Nikki crea.

Voto: 10/10

Tutti i film di Lynch non scendono al di sotto del dieci. Un regista (perchè tutte le sue opere seguono lo stesso filone) che si ama o si odia. INLAND EMPIRE sbalordisce per la cruda realtà sognante che Lynch con bravura ci regala: proviamo gli stessi incubi di Nikki, le stesse paure, le stesse angosce. In questo Lynch è insuperabile.

martedì 29 aprile 2008

Deep Purple



"The Battle Rages On...", 1993


Questa più che una recensione vuole essere una considerazione su di un disco personalmente epocale che ha sancito la fine di un periodo per un gruppo importante ed influente sul mondo del rock come i Deep Purple. Fine di un periodo perchè il chitarrista storico, un certo Ritchie Blackmore, lasciò il gruppo a metà del tour promozionale del disco, costringendo i Profondo Porpora ad assumere un chitarrista mediocre come Joe Satriani per suonare nelle date giapponesi.


E questo era solo l'epilogo. In principio il disco doveva essere cantato da Joe Lynn Turner, voce dei Rainbow più hard del passato nonchè vocalist del modesto "Slaves & Masters" dei Deep Purple del 1990. Il disco era stato apprezzato dai fan di vecchia data dei Purple, ma distrutto dalla critica di settore che lo aveva etichettato come successore mediocre del capolavoro "Bent Out Of Shape" (1983) dei Rainbow. Le sonorità infatti erano molto simili (hard rock elaborato con grande piglio melodico) e i componenti dei Purple (a parte Blackmore), insoddisfatti del risultato, premevano per una reunion della Mark II (quella storica di "Made In Japan" e di tutti gli altri capolavori porpora). Ciò significa riportare nei ranghi il grande Ian Gillan, impegnato in una deludente carriera solista, e quindi ricominciare con i litigi con l'intransigente Blackmore. Quest'ultimo era particolarmente contrario al suo rientro tuttavia, sentite le sessioni di prova con la voce di Gillan sui brani nuovi, si dovette convincere che il disco poteva diventare un capolavoro.


E così fu. L'intero album venne risuonato e adattato al timbro di Gillan. La produzione, curata per lo più da Roger Glover, era impeccabile; le sonorità erano più moderne e i brani sembravano essere uno più bello dell'altro. Blackmore compì un lavoro di chitarre impressionante, con riff e assoli di una bellezza incredibile (basta ascoltare la title track per farsene un'idea) il tutto coadiuvato da una tecnica (come sempre) impressionante da parte degli altri del gruppo (Ian Paice e Jon Lord sono sempre grandi). Brani tiratissimi come "Nasty Piece Of Work", "Talk About Love" e altri più bluesaggianti come "Ramshakle Man" e "Lick It Up" sono tra le prove più interessanti. Un brano come "Anya", dall'intro arabeggiante, nonostante riprendesse sonorità care al Blackmore dei Rainbow, possedeva un'anima porpora dall'indubbio fascino. Ogni altro brano del disco è un piccolo capolavoro a sè. Se si pensa che il disco venne registrato in un clima interno non proprio sereno (Blackmore e Gillan praticamente non si sopportavano) il risultato è ancora più impressionante. All'uscita del disco i fan entrarono praticamente in delirio, inneggiando al miracolo (il rientro di Gillan) e grazie al recupero di sonorità più classiche (continui rimandi ai suoni degli anni 70), l'album divenne automaticamente una pietra miliare del genere.

Verso la fine del tour del 1993 Blackmore, stufo dei continui litigi, lasciò il gruppo in balia di se stesso (ora non è perchè io lo adoro alla follia, ma il motore del gruppo era lui...) e riformò (per un disco) i Rainbow. I Deep Purple finirono il tour con Satriani (concerti documentati da diversi bootleg... veramente un lavoro pessimo da parte del pelatissimo chitarrista...) e poi nel 1996 decisero di ridare un senso all'onorevole nome del gruppo arruolando Steve Morse alla chitarra (suggerito da Satriani, l'unica cosa utile che fece al gruppo...) e registrando un disco stupendo, "Purpendicular".


Voto: 10/10
Calcolando che nel 1993 girava un sacco di merda (il grunge, l'heavy metal), questo disco era un vero e proprio tocca sana per i rockettari di mestiere. Non c'è niente che non vada, tutto è perfetto, tutto il gruppo suona in maniera impeccabile, i brani sono bellissimi e diciamolo, Blackmore ha suonato veramente da dio.

martedì 22 aprile 2008

Eric Clapton


"One More Car, One More Rider", 2001

Nel 2001 Manolenta, dopo anni e anni di dischi sinceramente mediocri, pubblica il tanto atteso "Reptile" e finalmente si torna al blues di tanti anni fa. Il disco non è tra i suoi migliori (ormai i capolavori dei 70 sono belli che andati), tuttavia, tra i solchi dell'album, si poteva cogliere questa voglia di tornare a suoni semplici e diretti che nei dischi precedenti mancava.

E poi esce il live. Questo concerto è il sunto di tutta la carriera di Manolenta, dai periodi pop (troppi...), passando per il blues e arrivando al rock. Di Clapton si possono adorare i dischi in studio degli anni 70, superlativi secondo me, possono piacere quelli più soft degli anni dopo, ma se c'è una cosa che accomuna tutta la carriera del prode sono i live. Personalmente credo che tutti i suoi concerti, una volta messi su vinile (o cd) siano dei veri capolavori perchè dal vivo, Clapton, ci ha sempre saputo fare.

La cosa che mi ha sempre lasciato perplesso di questo doppio dal vivo è l'inizio: sei brani acustici in apertura. Non è che non condivido la scelta, anzi, sono brani bellissimi ("Tears In Heaven"!), tuttavia metterli tutti quanti in fila, all'inizio di un live (quando i primi brani dovrebbero essere quelli che danno la carica) piuttosto che sparsi, mi pare discutibile. Tra l'altro tra questi brani c'è anche "Bell Bottom Blues", uno dei pezzi più belli di Clapton (dai tempi di "Layla") che in veste elettrica avrebbe meritato sicuramente di più. Sul primo disco compare anche "River Of Tears" (brano estratto dal sottovalutato "Pilgrim") che è sicuramente l'esecuzione migliore, sia per quanto riguarda la parte strumentale che per quella interpretativa. Quasi dieci minuti di brano, una ballatona lenta e struggente, con assolo di chitarra del miglior Manolenta e una voce veramente da brivido. Ovviamente merito, oltre che del nostro, anche degli ottimi musicisti che lo accompagnano: il sempiterno Billy Preston agli Hammond, Nathan East al basso e un grandissimo e forsennatissimo Steve Gadd alla batteria. In particolare quest'ultimo mi ha colpito per l'esecuzione ultra-tecnica ma mai invadente, di una precisione chirurgica. Posso assicurare che su "Sunshine Of Your Love" non si rimpiange neanche Ginger Baker.
Il secondo disco presenta per lo più i classici del passato di Clapton. Riprende i Cream ("Badge", "Sunshine Of Your Love"), le colonne portanti del blues ("Hoochie Coochie Man", "Have You Ever Loved A Woman?") e i brani di "Slowhand" ("Cocaine", "Wonderful Tonight"). Da segnalare in particolare "Layla", qui in una delle sue migliori esecuzioni. Il tutto è chiuso da una stupenda interpretazione di "Over The Rainbow" che certamente non ha bisogno di presentazioni.

Voto: 8/10
Nel complesso un live veramente emozionante, non ai livelli di "Was Here" del '75 e nemmeno di "Just One Night" del '79, ma sicuramente tra i migliori della sua carriera. Se non fosse stato per l'inizio abbastanza flemmatico (i brani acustici), sarebbe stato addirittura migliore.

domenica 6 aprile 2008

Non Pensarci



di Gianni Zanasi, con Valerio Mastrandrea, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston


Non sono un grande appassionato di cinema moderno all'italiana. Anzi, specifico che lo considero veramente poco e i film tratti dai capolavori di Moccia parlano benissimo da soli. Tuttavia, bisogna anche ricordare che la tradizione della commedia italiana è veramente prestigiosa e nomi come Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Vittorio Gassman, Totò, Gigi Proietti fanno lettaralmente venire la pelle d'oca. Nonostante tali nomi, il cinema italiano è andato pressochè alla deriva, tanto che ormai i registi nostrani campano sui cinepanettoni natalizi (che tutto sono tranne cinema) e le commediole romantiche per ragazzine.


Poi fortunatamente, ogni tanto, escono questi film che passano lettaralmente inosservati al grande pubblico, attirando fan di questo e quell'attore o magari perchè il regista ci ispira fiducia. Non Pensarci fa parte di questa categoria: niente pubblicità in tv (se non qualche secondo di trailer su Coming Soon), poche interviste agli attori, nessuna considerazione da parte dei critici. Personalmente lo sono andato a vedere perchè ho sempre adorato Valerio Mastrandrea, protagonista della pellicola, considerandolo uno dei migliori attori/comici del nostro paese. Diciamo che sono andato a vederlo per farmi quattro risate dai. E poi mi sono ritrovato a vedere un film con i controfiocchi dove è vero che la trama era il solito polpettone all'italiana (tragedie, disoccupazione, tradimenti ecc) ma curata talmente tanto sull'aspetto ironico e realista che, alla fine, ci si poteva riconoscere nei personaggi e provare dei veri sentimenti verso di loro.


Il film nasce come un inno al fancazzismo più puro dove il protagonista Valerio Mastrandrea/Stefano Nardini, musicista sfigato, se ne torna dai genitori perchè la vita lo ha deluso più del dovuto e cerca il nido sicuro dal quale si era staccato e dove sicuramente avrebbe trovato riscatto. Si torna quindi alla famiglia, al paese d'origine, ai suoi luoghi comuni e soprattutto alla sua chiusura verso il mondo vero, il "di fuori" che Stefano cercava da giovane. Troverà qualcosa da fare, è vero, pure troppo, e si dipanano allora tutte le vicende tragicomiche del film, che tengono incollato lo spettatore sulla poltrona facendolo sì ridere (scene epiche all'acquario, dove Stefano si incazza letteralmente coi delfini!) ma soprattutto riflettere. Un film che parla di una famiglia retta dalle bugie che si raccontavano a vicenda per poter essere felici, esemplare, in questo contesto, la frase verso il finale del protagonista che, di fronte all'ennesima rivelazione da parte della madre, riassume tutto il senso del film "ma non era meglio quando ci dicevamo tutte quelle bugie? Non era meglio quando ci riempivamo di cazzate?"


Voto: 10/10
Non sono riuscito a trovargli difetti evidenti. Amaro in certi punti, assolutamente comico in altri. Ogni attore da il meglio di sè. Grandissima prova di come il cinema italiano di qualità esiste in queste pellicole di nicchia.

domenica 30 marzo 2008

Cathedral



"Stained Glass Stories", 1976


Continuiamo a parlare di progressive con un'altra perla persa nel tempo.


I Cathedral di questo splendido disco, "Stained Glass Stories" sono un pacato gruppo americano (non il gruppo doom metal di dubbia levatura artistica di Lee Dorrian), che ha vissuto lo spazio di un disco e poi è sparito, un po' per le vendite (pochine) e un po' perché il progressive che hanno cercato di incastonare nel loro unico disco stava già perdendo colpi.

Nel 1976, anno della prima pubblicazione di questo gioiellino, le maggiori band progressive organizzavano cambi di rotta (Yes, Genesis) e quelle nate da poco (Rush, Camel) indirizzavano questo genere musicale verso altre spiagge. Nonostante tutto, i Cathedral, sembravano vivere in un oasi incontaminata, dove il tempo si era fermato (intorno al 1972) e dove poter tranquillamente registrare un disco di musica progressive sinfonica sul modello dei grandi gruppi inglesi che avevano fatto storia.
Il loro sound non brilla per originalità è vero, i riferimenti agli Yes si sprecano, tuttavia non manca una certa ricerca verso la sperimentazione e un uso veramente superbo di alternanza di momenti melodici, notturni, catartici ad altri più movimentati, con ritmiche impegnative e complesse che crescono poco a poco fino ad esplodere. Il disco non è facile da ascoltare: non lo si può mettere sul piatto (la versione in cd è praticamente irreperibile) e poi lo si lascia andare. I brani catturano per la loro precisione, perfezione e per la presenza di numerosi strumenti contemporaneamente: accade spesso che la voce eterea e sognante di Paul Seal venga accompagnata da organi, chitarre acustiche, percussioni e strumenti classici senza mai però saturare il suono. Nessuno strumento prevale sugli altri e questo crea intensi passaggi strumentali in bilico tra il caos organizzato dei King Crimson più sperimentali e il classicismo sinfonico degli Yes. Massimo esempio di tali espedienti è il brano che apre il disco, "Introspect", piccola suite dove certamente non mancano le idee e quella sperimentazione di cui parlavo. La soffice chitarra di Rudy Perrone risalta nella parte finale del brano con assolo tipicamente progressive e riprese melodiche fino alla superba chiusura acustica.
Il brano successivo, "Gong" mantiene le promesse. Uno strumentale eccelso, tra momenti sognanti con acustiche e tastiere orchestrali e accelerazioni assolutamente integrate nel procedere della traccia. Di nuovo la chitarra di Perrone descrive melodie mai banali nell'assolo che sfocia in un arpeggio di indubbia levatura tecnica non solo da parte del chitarrista ma del gruppo intero. Si passa al lato B del disco. Un coro da chiesa introduce quello che sicuramente è il brano più sperimentale di tutta l'opera: "The Crossing". Impossibile non ripensare ai Genesis mentre lo si ascolta, soprattutto è la voce di Seal a trarre in inganno ricordando il timbro di Peter Gabriel, specialmente negli acuti. La parte strumentale tuttavia è molto personale e rientra perfettamente nei canoni stilistici descritti precedentemente. "Days & Changes", introdotta dalla sola voce di Seal, si presenta come un brano più melodico e rilassato ma riprende quasi subito le rotte ideali del gruppo. Il sound questa volta è marcatamente Yes, a passaggi orchestrali di organo si alternano staccati tecnicamente impeccabili che coinvolgono principalmente il basso e la batteria mentre Perrone da sfogo alle sue voglie chitarristiche sempre molto pacate. Il brano si chiude ad anello riprendendo il tema corale iniziale. Per chiudere, la seconda suite: "The Search". L'inizio è meno nervoso rispetto ad "Introspect" e l'introduzione strumentale lascia spazio al cantato sempre molto sentito di Seal. La melodia vocale, che nella traccia risalta maggiormente, è sicuramente la migliore del disco. Brevi staccati senza voce tra una strofa e l'altra danno pathos al brano che sembra crescere in un climax dove si aggiungono strumenti e la batteria prende velocità. A chiudere il tutto lunghi accordi di organo dove gli influssi dei King Crimson del primo periodo e dei Genesis di Gabriel sono sempre evidenti. Preciso che questi continui paragoni non sono per minimizzare il gruppo quanto per dare a chi legge una vaga idea della complessità veramente straordinaria di questo album.
"Stained Glass Stories", come ho già detto, è un disco uscito in un periodo sfavorevole per il progressive più classico ma che possiede così tante qualità che andrebbe riscoperto e rivalutato con la giusta attenzione. Un gruppo, i Cathedral di New York, che cercava un identità e purtroppo non è riuscita a trovarla appieno e che, malgrado tutto, ci ha regalato un piccolo gioiello che sta a noi sfruttare. Possibilmente al meglio.


Voto: 9/10

Le idee non sono sempre originali e l'ispirazione ai grandi del progressive inglese penalizza un po' ma è pure vero che la sperimentazione (soprattutto in alcuni brani) ha un ruolo primario in tutta la produzione.

mercoledì 26 marzo 2008

Balletto di Bronzo



"Il Re Del Castello" 1990


Per gentilissimo omaggio di un mio grande amico ho potuto apprezzare questo splendido disco di un gruppo che, aimè, non ha la fama che merita. Il Balletto di Bronzo è uno di quei gruppi italiani caduti nel dimenticatoio (gli Osanna, i Trip, il Rovescio della Medaglia, chi se li ricorda?) che però prima di una tale sconsiderata sorte avevano, nel loro piccolo, dato qualcosa alla storia della musica. Il gruppo in questione aveva pubblicato due dischi: Sirio 2222 e il bellissimo Ys (addirittura per la Polydor!) che è un autentico gioiello di progressive di matrice italiana. A differenza dei loro colleghi più illustri (Banco del Mutuo Soccorso, Premiata Forneria Marconi, Perigeo, New Trolls) i Bronzi avevano esplorato più avidamente i sentieri di un prog decisamente più hard, andando a realizzare una notevole sintesi di hard rock di matrice britannica (forte l'influsso dei Jethro Tull prima maniera [This Was per capirci]) e un progressive romantico tipico delle band allora in voga. Il risultato, magistrale, lo si può apprezzare in Ys (1972), quando i nostri erano apprezzati da pubblico e critica mietendo successi.

Il disco di cui vado a parlare però è una perla rara. Innanzitutto è una tiratura limitata (10.000 copie, scusate se è poco, disponibile solo in vinile), uscito nel 1990 sulla famosissima rivista Raro! (tutt'oggi in stampa), e raccoglie del materiale scartato dal gruppo tra il 1969 e il 1970. La solita schifezza, penserete.

E invece no. Sul primo lato compare la bellissima Accidenti (un amore finito male...), un brano che comincia con un madrigale e continua con intermezzi di chitarra solista (un Lino Ajello semplicemente incisivo) con una melodia sognante ed evocativa. Ammetto che nelle parti cantate ricorda ECCESSIVAMENTE "A Salty Dog" dei Procol Harum e probabilmente è per questo che non è mai finita su di un disco ufficiale, ma sinceramente è un qualcosa che non guasta la bellezza della canzone, non per altro perchè è cantata in italiano. Il brano successivo è "Il Re del Castello", uno strumentale. Sempre sulla falsa riga dei Procol Harum più energici, Ajello da una prova di maestria chitarristica di cui il prog italiano, con tutta franchezza, ne aveva veramente bisogno. A chiudere il lato A la versione strumentale di Neve Calda, perla del pop italiano dei tempi che furono, appesantita per l'occasione e, secondo me, ancora più evocativa della versione cantata.

Il lato B è inaspettato, un vero bijou per collezionisti: le versioni registrate per il mercato spagnolo dei singoli del Bronzo fino ad allora usciti. Niente male no?


Voto: 8/10

Se riuscite a trovarlo è un disco che vi lascerà stupefatti, non per altro perchè è materiale scartato! E la cosa da da riflettere... immaginate quanto può essere bello Ys!


Un ringraziamente particolare al mio amico Giorgio, senza il quale non avrei mai conosciuto questo splendido disco... per di più a gratis!!!

martedì 25 marzo 2008

Into The Wild



di Sean Penn, con Emile Hirsch, William Hurt, Marcia Gay Harden, Jena Malone, Vince Vaughn


Premetto col dire che questo è senza dubbio uno dei migliori film che io abbia mai visto. La verità è che un film dal genere da Sean Penn non me lo aspettavo. Voglio dire, i precedenti film da lui diretti non sono un trionfo di cinematografia (anche se Lupo Solitario con il grande Mortensen merita non poco...) e sicuramente essendo questa la quarta (quinta se si conta un documentario sull'11 settembre) prova dietro la cinepresa mi aspettavo un film stanco e anche un pò noioso.

Quanto sbagliavo. Nonostante la regia non sia di alta classe (Dennis Hopper lo avrebbe sicuramente fatto meglio) la storia e la sceneggiatura sono praticamente perfette, senza sbavature, nè punti in sospeso nè vuoti narrativi. Poche volte mi è capitato, in sala, di desiderare che il film non finisca mai, perchè la vicenda di Christopher McCandless, aspirante hippie, tiene veramente col fiato sospeso e l'interesse non scema mai.

Così dalle prime inquadrature si entra nel mondo (selvaggio) di un vero e proprio elogio alla libertà di essere e di vivere, in un viaggio interiore sui significati di vita, felicità e libertà stessa. Basato su di un fatto vero, Christopher McCandless (nel film si ribattezza Alex Supertramp) parte per un viaggio verso il nord in compagnia dei suoi libri e di pochissimi altri oggetti (io ho visto solo un rasoio...) alla ricerca della sua interiorità e soprattutto per scrollarsi di dosso i pesanti fardelli dell'ipocrisia e della borghesia, stillati con veemenza dai genitori. Il tutto coadiuvato da una colonna sonora fantastica firmata da Eddie Vadder che per una volta ha lasciato perdere le tematiche grunge dei Pearl Jam per abbracciare profondamente i concetti di libertà e spirito di intraprendenza che pervadono il film e, di conseguenza, anche le musiche.

Da notare i continui riferimenti a libri e citazioni da Tolstoj a Jack London (anche se lo spirito più comune al film sarebbe quello di Sulla Strada di Keruack) e una frase bellissima che Alex dice alla ragazza incontrata in una delle comunità hippie: "Se vuoi qualcosa nella vita, allunga la mano e prendila"


Voto: 9.5/10

Film perfetto che con una regia di classe sarebbe stato ancora più emozionante. Sicuramente una delle pellicole più belle degli ultimi anni, personalmente è tra i miei dieci film preferiti.
Appunto personale: se Sean mi avesse chiamato durante il montaggio gli avrei amichevolmente suggerito, con l'aggiunta di una modesta somma di denaro puramente simbolica, una perfetta canzone per la chiusura, da mettere sui titoli di coda e nelle ultime inquadrature: Find The Cost Of Freedom (trova il prezzo della libertà!) di Stephen Stills. Allora il film sarebbe stato veramente perfetto.